Ricerca scientifica: abbiamo bisogno di Infrastrutture e Persone

Prof. Giacomo Comi,, Neurologo e Responsabile Laboratorio Biochimica e Genetica.

Ricerca Centro Dino Ferrari

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“Ho conosciuto il Centro Dino Ferrari nel 1986. Ho lavorato con il prof. Scarlato, che ne è stato il fondatore. Il percorso che ci accomuna un po’ tutti, soprattutto i più anziani, è l’aver trascorso 2/3 anni all’estero, poi siamo rientrati in Italia.

Una delle cose che diciamo sempre in maniera scherzosa è che:

se uno vuole fare veramente RICERCA ed è capace di farlo, deve dimostrarlo di saperla fare nel nostro paese!

Negli altri paesi è più facile. Se uno riesce ad avere dei risultati in Italia, è bravo almeno il doppio di chi la fa all’estero. Questa è una delle ragioni per cui esiste il Centro Dino Ferrari: una struttura dedicata alla ricerca che vive grazie al supporto da parte dell’Associazione Centro Dino Ferrari che lo sostiene, che  non vuole e non può sostituirsi alle strutture pubbliche o agli ospedali, ma è un tentativo per dare quella spinta in più che serve per mettere a frutto un sistema che ha tanti pregi.

Uno dei pregi che abbiamo in Italia nel campo medico è la formazione universitaria in medicina, scienze biologiche, biotecnologie etc . Una volta usciti dall’università diventa un problema far funzionare i talenti, connetterli,  costruire laboratori e progetti di ricerca dove farli esprimere, insomma mettere a frutto le loro conoscenze. Questo è la vera criticità in Italia.

Il Centro Dino Ferrari è un’esperienza che dura ormai da più di un quarto di secolo ed è un punto di riferimento per la ricerca. Noi siamo due cose: Ricerca, spinta anche sulle cose più innovative e, contemporaneamente , Clinica. Questa è una caratteristica unica, l’intreccio tra il bisogno che ti manifesta il paziente la mattina in ambulatorio e la ricerca che si fa tutto il giorno in laboratorio, è stato  da sempre il nostro punto di forza”

Qual è il suo ambito di specializzazione?

“Quello principale è relativo alle malattie neuromuscolari. Il progetto di ricerca su di esse abbraccia le cause, ossia la genetica, i loro meccanismi, ossia la patogenesi, i modelli sperimentali, ovvero il riprodurre in laboratorio le patologie, e la ricerca dei modi per curarle. Quindi trattiamo le distrofie muscolari, le malattie muscolari, alcune neuropatie, la sclerosi laterale amiotrofica, le forme di Atrofia Muscolare Spinale nei bambini.

Fin dall’inizio il Centro si è dedicato alle malattie  muscolari neurodegenerative, non solo perché noi siamo neurologi, ma perché il mondo della neurodegenerazione soffre tantissimo di mancanza di terapie”.

Quante sono all’incirca le persone che state seguendo?

“E’ difficile da quantificare. Noi svolgiamo un’attività generale neurologica e un’attività specialistica divisa per settore.

Il Centro è una realtà un po’ articolata, se consideriamo i rapporti con altri istituti, per cui i pazienti vengono visitati anche altrove. Ma parliamo di diverse migliaia di persone, sfortunatamente”

Qual è l’elemento più importante per far parte del Centro Dino Ferrari

“Aver voglia di cimentarsi in progetti difficili, che richiedono competenze e dedizione elevata per ottenere risultati.

Nel nostro caso, abbiamo una contiguità con i problemi clinici, i rapporti con le famiglie e la sofferenza delle persone, per cui ci vuole, oltre a tutto il resto, la DEDIZIONE”.

Qual è la cosa più difficile nella gestione di team ?

“Riuscire a fare sì che ogni persona dia il meglio che può portando a casa un risultato personale di gratificazione.  Aiutarli a gestire lo stress emotivo sia nella ricerca che nella clinica.

Il nostro contesto è una scuola, è un percorso di educazione nel quale si impara a gestire empaticamente il paziente e la famiglia. E’ la sfida quotidiana, non facile. Dobbiamo stare attenti a non perdere la capacità di essere empatici che è ugualmente importante.

Stiamo vedendo risultati mai visti in passato. Siamo in un’epoca in cui una serie di premesse e studi sta producendo risultati terapeutici. Questa è l’essenza del nostro lavoro. Per arrivare a questo obiettivo ci sono voluti dai 10 ai 20 anni di ricerca fatta di singoli progetti  ognuno dei quali ha contribuito ad un pezzettino. Quando si arriva al risultato realizzi la visione di insieme della ricerca su quel determinato ambito”.

Quali sono i progetti per i quali c’è un punto di svolta?

“Sicuramente siamo a un punto di svolta sulla cura per quanto riguarda l’Atrofia Muscolare Spinale.  Una svolta che non si era mai verificata nella storia dell’homo sapiens.

Da questo derivano altre considerazioni. Se è possibile attraverso nuovi strumenti terapeutici modificare malattie considerate incurabili, possiamo pensare che per altre malattie per le quali ci sono una serie di ipotesi, sia questione di tempo avere l’idea giusta, identificare il target giusto. Quindi non è in assoluto impossibile fare dei progressi.

Oggi anche nella ricerca c’è una rivoluzione. L’esplosione quantitativa della nostra capacità di raccogliere informazioni non riguarda soltanto il mondo delle comunicazioni e delle tecnologie, riguarda anche, in maniera straordinaria,  tutto quello che è medicina, biologia. Non c’è paragone rispetto a prima: quando ho iniziato io, si analizzava un elemento alla volta, oggi analizzi più elementi e riesci a correlarli in tempo reale.

C’è stato un salto nella ricerca avvenuto negli ultimi anni. Come paragonare questo fenomeno a quello della rivoluzione delle nuove tecnologie: in entrambi i casi si tratta di trovarsi di fronte ad una grande mole di dati e informazioni da dover gestire, nel caso della ricerca bisogna avere la capacità di convogliarli verso un obiettivo terapeutico”.

Di cosa avete più bisogno per il Centro e per la Ricerca?

“Ci vorrebbero investimenti in infrastrutture e persone  (nel senso di dare alle persone opportunità di sviluppo e carriera).  Le due cose vanno di pari passo. L’alta tecnologia ha necessità di competenze e conoscenze.

E’ importante anche l’aspetto della solidarietà e l’essere vicini alla ricerca. Ho imparato negli anni che non c’è un solo modo per essere solidali, ma lo si può essere in relazione a come si è fatti. Non si tratta solo di donare l’euro, ma di azioni concrete diverse, come partecipare alle associazioni delle famiglie”.

 

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